Io ed Edoardo ci eravamo presi un anno sabbatico.
Un sogno a lungo rimandato, di quelli che inizi raccontando con aria spavalda — “Lasciamo tutto e partiamo per l’Africa!” — e finisci a pensare che forse il tuo divano non era poi così male.
Avevamo deciso di viaggiare solo via terra, senza voli né comfort.
Volevamo “vivere il continente”, come dicevamo allora, con l’entusiasmo misto incoscienza tipico di chi non ha ancora capito cosa voglia dire “viaggio overland in Africa”.
E in effetti, per i primi quattro mesi ce l’eravamo cavata.
Minibus che partivano “quando sono pieni” (e cioè sempre troppo pieni), autisti che frenavano solo per far salire galline o capre, e pullman dove il concetto di aria condizionata era un finestrino rotto.
Ma noi eravamo felici, abbronzati, liberi, convinti di essere ormai viaggiatori esperti.
Finché non abbiamo preso il bus da Blantyre, in Malawi, diretto a Beira, in Mozambico.
O almeno così credevamo.
Il viaggio è iniziato nel caos tipico della stazione africana: venditori di noccioline, bambini che correvano, una signora che cercava di convincermi a comprare un pollo vivo “per il viaggio”.
Siamo saliti fiduciosi.
Dopo ore di buche e confini polverosi, l’autista si ferma, si gira e con un sorriso dice:
“Qui finisce la corsa. Scendete pure, un altro bus passerà.”
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