Traduzione: siete fregati.
Ci siamo ritrovati nel mezzo del nulla, senza soldi locali, con un caldo da sciogliere i pensieri.
Tre ore d’attesa. Nessuna auto, nessun bus.
Alla fine, disperati, abbiamo deciso di fare autostop.
Dopo un tempo indefinito, un camion ci ha caricato e ci ha lasciato nel “paese più vicino”.
Solo che non era un paese.
Era una cittadina di confine formata da mezza dozzina di baracche, una fila infinita di camion e una quantità sproporzionata di bordelli.
Niente bancomat, niente alloggi, niente alternative.
Lì è successo l’incontro più surreale della mia vita.
Edoardo, con la naturale disinvoltura di chi ignora il contesto, si è rivolto a una delle “signore del mestiere” per chiedere informazioni.
Incredibilmente, era l’unica del posto che capisse un po’ d’inglese.
Ci ha spiegato che non c’erano bancomat, ma che poteva “aiutarci a cambiare i soldi”.
Ora, non avevamo modo di controllare il cambio.
Erano gli anni in cui non esistevano smartphone e l’unica app che conoscevamo era “speriamo bene”.
Così, per sopravvivere, le abbiamo dato venti dollari e ricevuto in cambio una manciata di banconote mozambicane — poi scoprimmo che valevano circa cinque dollari.
Pazienza. Con quelli abbiamo trovato un “posto per dormire”:
una stanza sopra uno dei bordelli, con lenzuola che sembravano essere state usate anche come tappetini, pareti scrostate e un odore di umidità mescolato a vodka e mistero.
Abbiamo dormito dentro i nostri sacchi a pelo, chiusi come crisalidi impaurite.
Nel cuore della notte, tra gemiti, musica e porte che sbattevano, mi sono voltata verso Edoardo e gli ho detto:
“Ti ricordi quando pensavamo che questo viaggio ci avrebbe cambiati?”
“Ci sta riuscendo”, ha risposto lui, fissando il soffitto da cui pendeva una zanzariera triste come la nostra dignità.