Non so esattamente in quale momento ho capito che la mia idea di vacanza e quella di mio fratello non coincidessero. Probabilmente quando, appena atterrati a Phnom Penh, lui ha detto con entusiasmo:
— Noleggiamo due motorini e andiamo verso nord!
E io, con il jet lag di un bradipo sottoposto a elettroshock, ho pensato: spero verso nord dell’albergo, non del continente.

Luca è il tipo di viaggiatore che si fida di chiunque abbia un sorriso e una mappa stropicciata. Io invece sono quella che legge tutte le recensioni negative su Booking, anche quelle del 2012, “per sicurezza”. Ma era il nostro primo viaggio insieme dopo anni, quindi ho deciso di assecondarlo. Che male poteva andare?

Spoiler: tutto.

Giorno 1 – Il sogno esotico

Dopo otto ore di bus con più polli che passeggeri e l’aria condizionata impostata su tempesta artica, arriviamo a Siem Reap, la città dei templi di Angkor e delle zanzare immortali. La guesthouse “consigliata da un amico di un amico” si rivela un edificio che pare la sede abbandonata di un centro estetico. Il proprietario, un tipo scalzo con un tatuaggio di Buddha che fumava una sigaretta elettronica, ci accoglie con un sorriso:
— Benvenuti! L’acqua calda funziona quasi sempre!

Perfetto.

Passiamo la giornata tra templi magnifici, motorini sgangherati e monaci che ci fanno selfie. Tutto bene fino alla sera, quando Luca pronuncia la frase che segnerà il destino del nostro viaggio:

— Dai, beviamo qualcosa per festeggiare.