La notte più lunga del viaggio
In camera, Luca mi adagia sul letto e io entro nella fase “visione mistica”. Gli descrivo in tempo reale il mio incontro spirituale con una bottiglia d’acqua parlante che mi spiega il senso della vita.
Lui, nel frattempo, mi dà da bere e controlla che io non svenga.
A un certo punto dico:
— Se muoio, dì a mamma che il Buddha mi ha offerto uno spritz.
Dopo qualche ora, la febbre psichedelica si placa. Mi risveglio al mattino con la bocca secca come il deserto del Gobi e una memoria a frammenti: un tuk-tuk, un cocktail blu, e un barman che mi chiamava “lady lucky”.
Il giorno dopo – Hangover (spirituale)
Luca, con lo sguardo di chi ha invecchiato vent’anni in una notte, mi mostra un articolo online:
“Turisti drogati nei bar di Siem Reap: nuova ondata di ‘spiked drinks’.”
Ecco l’esperienza autentica che voleva.
Decidiamo di tornare al bar “per capire”. Lo troviamo chiuso, con un cartello scritto a mano: Closed for renovation (and karma).
Probabilmente il barman ha deciso di purificarsi altrove.
Il ritorno – morale del disastro
Sul volo di ritorno, Luca cerca di alleggerire la tensione:
— Dai, almeno abbiamo una storia da raccontare.
— Certo, appena smetto di tremare.
— Però ti ho salvato la vita.
— E io ti ho insegnato che il mojito blu non è un segno zodiacale.
Siamo tornati in Italia con souvenir discutibili: una maglietta con scritto Drink happy, not stupid, una diarrea post-tropicale e un legame fraterno che adesso include la clausola “vietato fidarsi dei cocktail al neon”.
Ora, ogni volta che sento qualcuno dire “Devi aprirti alle esperienze”, mi viene spontaneo rispondere:
“L’ho fatto. Mi hanno messo del Rohypnol dentro.”