Giorno 2 – Il bar dell’illuminazione (chimica)
Il locale sembrava tranquillo: musica reggae, qualche turista inglese, un barman in canottiera con il viso più sereno di chi sa qualcosa che tu non sai. L’insegna diceva “Happy Hour” ma, curiosamente, non specificava di chi.
Luca ordina due cocktail fluorescenti chiamati Blue Paradise. Io provo a protestare:
— Non possiamo bere una birra come tutti i cristiani del mondo?
— Dai, siamo in Cambogia, viviamo l’esperienza!
Sospetto che “vivere l’esperienza” sia la versione maschile di “non ci sono più voli di ritorno”.
Dopo due sorsi, il mondo inizia a fondersi. Le luci si muovono, la musica rallenta, il pavimento mi saluta e io divento improvvisamente poliglotta: credo di aver chiesto indicazioni in ceco al barman. Luca ride, poi si ferma, poi sbianca.
— Marta, stai bene?
— Sto… beinissimo… il bar respira!
A quel punto capisce: non è il gin, è la trappola. Qualcuno mi ha messo qualcosa nel drink.
Il salvataggio in modalità “Missione Impossibile”
Con una prontezza che non gli riconoscevo dai tempi in cui copiava i compiti di matematica, Luca mi prende di peso e mi porta fuori. Io, nel frattempo, sto tenendo un discorso appassionato a un tuk-tuk parcheggiato, convinta sia un elefante.
— Tu… sei la reincarnazione del traffico!
Lui cerca disperatamente un mezzo per riportarmi in guesthouse, ma l’autista più vicino ha deciso di dargli una lezione di contrattazione:
— Dieci dollari.
— Cinque.
— Dieci.
— Va bene dieci.
— Ora quindici.
Alla fine paghiamo venti, perché quando tua sorella sta cantando Nel blu dipinto di blu in khmer, non hai molto margine di trattativa.