Io e Luca, freschi di licenziamento volontario e pieni di spirito d’avventura (che poi si è rivelato essere semplice incoscienza), siamo partiti per la Thailandia con l’idea di fare “i veri viaggiatori”. Zaino, bus notturni, traghetti economici e filosofia zen.

Iniziamo da Bangkok. I primi giorni sono stati da cartolina: tuk-tuk impazziti, mercatini con odori che sfidavano la biologia, elefanti decorativi ovunque e la sensazione che ogni giornata durasse una settimana. Poi, una sera, al bar, qualcuno ci dice: “Andate a Koh Tao. Paradiso vero.”
Così, senza pensarci, prenotiamo un bus notturno per Chumphon e un traghetto alle sei del mattino.

Arriviamo distrutti. Io mi addormento ovunque, pure sul pavimento del porto. Tre ore dopo siamo finalmente sull’isola, con la pelle impastata di sonno e crema solare scaduta.
A Koh Tao abbiamo trovato una guesthouse che prometteva “vista oceano e atmosfera autentica”.

In effetti, l’atmosfera c’era: umida, salmastra e vagamente sospetta. Ma la finestra dava davvero sul mare e il letto sembrava pulito. Mi sono buttata giù stremata, felice come una bambina al primo campeggio.

La mattina dopo, mi sveglio con la schiena che brucia.
“Deve essere il sole,” penso. “O magari qualche zanzara impazzita.”
Matteo mi guarda, scuote la testa e dice: “Hai dormito con la finestra aperta, ti avranno punto.”
Sì, certo. Un’intera colonia organizzata, probabilmente.

Il giorno dopo, però, le macchie si moltiplicano.
Piccole, rosse, in fila, come se qualcuno avesse giocato a battaglia navale sulla mia pelle.
“Devi essere allergica a qualcosa,” dice Matteo, mentre io passo la giornata a grattarmi con la grazia di un orso contro un tronco.
Allergica a cosa, però? All’Asia? Al romanticismo a basso costo?

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