Certe disavventure iniziano con una frase che non dovresti mai pronunciare.
Nel mio caso fu: “Tranquillo, le chiavi le tengo io”.

Eravamo nel deserto del Sahara, in quello che la brochure descriveva come “un’esperienza autentica tra le dune”.
Autentica lo è stata, nel senso che non c’è stato niente di turistico, né di confortevole, né di vagamente civile.
L’hotel da cui eravamo partiti — una costruzione color sabbia che puzzava di benzina e malinconia — era a otto ore di jeep dalla città più vicina.
Lì avevamo lasciato parcheggiata la nostra auto a noleggio, chiusa a chiave, con dentro tutti i nostri effetti personali: passaporti, soldi, vestiti, caricabatterie, speranze.

L’avventura era iniziata bene: cammelli, oasi, tramonti arancioni da cartolina. Poi, durante una pausa pranzo all’ombra di una palma che aveva visto giorni migliori, Max (il mio compagno di viaggio e futuro ex responsabile morale di ogni disastro) si siede, si rialza, e da lì in poi… le chiavi spariscono nel nulla.

“Devono essere cadute dalla tasca”, dice lui, con la serenità di chi non ha ancora realizzato che nel raggio di cento chilometri ci sono solo sabbia e vento.
La guida, un tipo secco come un dattero e vestito con un turbante da film d’avventura, decide che la soluzione migliore è tornare indietro a cercarle.
“Due ore, massimo tre”, ci dice sorridendo.