Avevo appena compiuto diciotto anni e non vedevo l’ora di fuggire dalla monotonia della mia cittadina di provincia, dove ogni giornata sembrava identica alla precedente.
Così, una sera, tra chiacchiere e sogni di libertà, io e il mio amico Luca decidemmo che era arrivato il momento di fare il grande salto: un viaggio senza genitori, senza orari e, soprattutto, senza regole.
Un’avventura vera.
Cosa poteva mai andare storto?
Dopo settimane passate a fantasticare, partimmo con due zaini, pochi risparmi e una fiducia cieca nel destino. Il nostro piano — se così si può chiamare — era attraversare l’Europa in autobus, da Milano fino a Lisbona, fermandoci dove ci pareva e dormendo un po’ ovunque capitasse: ostelli, panchine, stazioni.
La prima settimana fu esattamente come la sognavamo: improvvisata, folle e piena di errori.
Ci perdemmo a Barcellona, sbagliammo ostello a Madrid e finimmo a un concerto punk nel quartiere sbagliato. Ma ridevamo sempre. Ogni guaio diventava un aneddoto da raccontare.
Solo che, al ritorno, la fortuna smise di accompagnarci.
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