Ore 15:45 – Fase due: la fuga
L’unica finestra apribile è quella del bagno, alta e minuscola, con vista su un dirupo.
Mio marito propone di uscire da lì:
“Esco io, poi giro la chiave da fuori.”
Problema: la finestra è larga trenta centimetri.
Lui ne misura quarantadue.
“Magari ci passa tua madre,” suggerisce.
Mia madre lo guarda come si guarda un pazzo pericoloso.
Poi si mette comunque in posizione, spinta dal puro istinto materno.
Dopo trenta secondi di contorsionismo, resta incastrata con metà corpo fuori e metà dentro, gridando:
“Non ridete, spingetemi!”
La spingiamo.
La finestra cigola, lei urla, e alla fine rinuncia.
Ora abbiamo anche un arto leggermente tumefatto e la certezza che non usciremo vivi.
Provo a chiamare la proprietaria dal vecchio telefono fisso che trovo accanto al modem.
La linea fruscia, ma risponde.
Le spiego la situazione.
Lei, tranquillissima, dice:
“Ah, ma non dovevate chiudere con doppia mandata! L’avevo scritto nel biglietto.”
“L’abbiamo letto, ma…”
“…eh, allora c’è poco da fare. Chiamo i pompieri.”
Ore 17:00 – I salvatori
Sentiamo il suono della sirena in lontananza.
Mia figlia urla: “Stanno venendo a salvarci!” come se fossimo i protagonisti di un cartone animato post-apocalittico.
Arrivano in tre, con l’attrezzatura completa, casco, giacche fluorescenti e quell’aria da professionisti che sanno già che la causa sarà stupida.
Uno di loro guarda la porta, la tocca, fa un mezzo sorriso e in trenta secondi netti la apre con un colpo secco.
Click.
Fine.
Silenzio.
Io resto immobile, con in mano un mestolo che avevo scelto come arma d’emergenza.
Il pompiere mi guarda e dice con calma:
“Eh signora, queste serrature qui… basta che gira male la linguetta e restate dentro. È capitato anche alla pro loco.”
Mio padre, ferito nell’orgoglio, cerca di farsi tecnico:
“Sì, ma è un problema strutturale del chiavistello, vero?”
Il pompiere lo ignora, fa firmare un foglio e se ne va con un: “Buon soggiorno, e non chiudetevi più dentro.”