Dentro però non è male: profuma di legno (e un po’ di detersivo aggressivo), i letti sono puliti, c’è una cucina compatta ma funzionale.
Solo la porta d’ingresso scricchiola sinistra, come se avesse dei traumi non elaborati.
Sul tavolo troviamo un biglietto scritto a mano dalla proprietaria:

“Attenzione, la serratura è un po’ sensibile. Non chiudere mai a doppia mandata se restate dentro.”
Lo leggo, lo metto da parte e me ne dimentico nel tempo record di tre minuti.

Giorno 1 – La trappola

Dopo pranzo decidiamo di uscire a fare una passeggiata nel bosco.
Metto la giacca, prendo lo zaino, chiudo la porta. Clic.
Silenzio.
Provo ad aprirla per controllare se ho preso la sciarpa.
La maniglia gira a vuoto.
Ci riprovo. Niente.
“Mmm… forse devo tirare più forte,” dice mio marito.
Tira. La maniglia gli resta quasi in mano.
“Strano.”
Sì, strano come una porta che decide di non lasciarti più uscire.

Proviamo tutti: io, lui, mia madre, mio padre e mia figlia di sei anni che suggerisce “magari bisogna dirle per favore”.
Non funziona nemmeno la gentilezza.

Cominciamo con le soluzioni razionali:
– Girare la chiave dall’interno.
– Spingere e tirare contemporaneamente.
– Colpire con la spalla.
– Pregare in silenzio.

La porta resta immobile.
Nel frattempo, il cane (che fino a un secondo prima dormiva) capisce la gravità della situazione e comincia a guaire.
Io cerco la chiave di scorta, ma c’è solo un portachiavi con un gufo di plastica e una moneta da un euro.
Il telefono non prende.
Il Wi-Fi, già fragile, decide di suicidarsi proprio in quel momento.

“Ok,” dico cercando di restare calma, “non è grave. Ci sarà un modo.”
Mio padre, con la sicurezza di chi ha smontato tre lavatrici e una moka, dichiara:
“È solo una questione di meccanismo. Se trovo un cacciavite, risolvo io.”
Lo trova.
Dopo due minuti rompe la copertura del cilindro e dichiara trionfante: “Ora sì che siamo nei guai.”