Atto I – L’arrivo (l’illusione della pace)
Avevo bisogno di staccare. Non un weekend di svago, ma proprio una fuga: niente notifiche, niente clacson, niente smog. Solo silenzio, verde e, se il destino era clemente, un piatto di tagliatelle fatto con le uova del posto.
Scorro Booking con lo stesso entusiasmo con cui altri scorrono Tinder, e lo trovo: agriturismo nei colli marchigiani. Le foto mostrano tramonti infuocati, vigneti a perdita d’occhio e signore sorridenti con grembiuli a quadri. Recensioni entusiaste: “genuino”, “rilassante”, “un tuffo nella tradizione”.
Perfetto.
Arrivo in tarda serata. La strada che porta al casale è così stretta che mi sento dentro a un videogioco: da un lato il dirupo, dall’altro un trattore fermo da vent’anni, ruggine e silenzio.
Il casale si presenta bene: pietra viva, travi di legno, atmosfera bucolica. Nel parcheggio in discesa metto il freno a mano col terrore che la macchina scappi da sola fino a Pesaro. Sulla soglia, un cane indefinibile – metà labrador, metà cinghiale – dorme a stella marina sullo zerbino. Non apre nemmeno un occhio.
La signora che mi accoglie è taciturna. Due parole in croce, un gesto rapido e mi ritrovo con una bottiglia di rosso in mano. Non mi chiede documenti, non mi dà spiegazioni. È un check-in ridotto all’osso: tu entri, bevi e ringrazi.
La stanza è semplice: letto matrimoniale, armadio che cigola come un confessionale, sedia che ti fa pensare seriamente al pronto soccorso se osi sederti. Pavimento in cotto, atmosfera rustica.
E al centro… una botola.
Chiedo.
La risposta arriva secca: “Vecchio passaggio alla cantina. È chiusa da anni, tranquillo.”
Folklore, penso. Fa atmosfera.
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