Montenegro, estate 2016.
Avevo scelto un viaggio organizzato pensando: “Così non devo preoccuparmi di nulla. Biglietto, guida, pullman con aria condizionata: sarà tutto comodo e sicuro.” Un pacchetto semplice, da sfogliare come una cartolina. Ero convinta che il rischio più grande fosse addormentarmi durante il tragitto e perdere qualche scorcio di panorama.
Mi sbagliavo di grosso.
Il pullman partì presto, lasciandosi alle spalle la costa e quel blu immenso che sembrava dipinto. Davanti a noi, montagne grigie e verdi che si sollevavano a strati, come scenografie di teatro. La guida ci parlava del Canyon della Morača, lo definiva “la spina dorsale del Montenegro”, e intanto distribuiva sorrisi rassicuranti. Nessuno, però, ci aveva avvertiti che la strada per arrivarci era un invito a sfidare la sorte.
All’inizio era quasi piacevole: ulivi, piccole case di pietra, anziani seduti davanti all’uscio che ci salutavano. Poi l’asfalto cominciò a stringersi. Prima in maniera impercettibile, poi sempre di più, fino a diventare una cicatrice nera aggrappata alla scogliera.
A sinistra la montagna, massiccia e opprimente.
A destra il vuoto. Nessun guardrail, nessuna protezione, solo precipizio e vento.
Qualcuno iniziò a ridere nervosamente:
– “Sembra una pista da rally!” disse un turista francese, ma la sua voce tremava.
– “Io non guardo fuori,” mormorò una ragazza spagnola, stringendo gli occhi dietro la sciarpa.
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