Io fissavo lo zaino sulle ginocchia come fosse un salvagente, e cercavo di pensare ad altro. Ma ogni curva a gomito era un pugno allo stomaco. Guardando giù dal finestrino, vedevo il fiume scorrere centinaia di metri sotto di noi. Bellissimo, sì. Ma era un tipo di bellezza che faceva paura.
L’autista, invece, era impassibile. Un uomo di mezza età, baffi folti, sigaretta spenta tra le labbra, lo sguardo fisso sulla strada. Guidava come se stesse andando a fare la spesa. Una mano sul volante, l’altra appoggiata al finestrino. Ogni tanto canticchiava, come se fosse in cucina e non sul bordo del nulla. Io lo guardavo incredula: com’era possibile tanta calma?
Poi, dietro una curva cieca, arrivò l’apocalisse.
Un altro autobus turistico, enorme, ci veniva incontro. Due mastodonti di metallo lanciati l’uno verso l’altro, su una strada dove a malapena passava un’utilitaria.
Il tempo si fermò.
Sentii un brivido gelido scivolare lungo la schiena. Ebbi una visione nitidissima: titoli di giornale, “Tragedia nel Canyon della Morača”, con la mia foto di Facebook — ovviamente quella con gli occhi semichiusi e i capelli in disordine — sbattuta in prima pagina.
Qualcuno urlò.
Qualcuno pregò.
Qualcun altro imprecò.
Il nostro autista non batté ciglio. Mise la retro e cominciò a far scivolare il pullman indietro. A sinistra la roccia, a destra il precipizio. Io giuro di aver sentito il rumore di un pneumatico che grattava sull’orlo.