Dentro al bus, le reazioni erano un teatro grottesco:
– Una signora anziana tirò fuori il rosario e iniziò a recitare a voce alta.
– Il ragazzino tedesco filmava tutto col cellulare, gridando “crazy, crazy!” come fosse su una giostra.
– Un uomo americano in fondo mormorava: “I knew it… I should’ve stayed at the hotel pool.”
– Io ero lì, con la penna in mano, pronta quasi a scrivere un testamento sul tovagliolo del pranzo al sacco.

Centimetro dopo centimetro, l’autista retrocedeva, millimetrico, con la calma di chi aveva fatto quella manovra mille volte. L’altro autobus, lentamente, si infilò nello spazio lasciato libero. Ci passò accanto così vicino che potevo vedere i volti dei passeggeri: pallidi, terrorizzati, come i nostri.

E poi, silenzio.
Un silenzio così spesso che si sentiva solo il respiro e il ronzio del motore.

Finché, d’improvviso, qualcuno scoppiò a ridere. Una risata nervosa, isterica, ma contagiosa. In pochi secondi tutto il pullman tremava di risate liberatorie. Non ridevamo perché fosse divertente: ridevamo perché eravamo vivi.

Quando arrivammo a destinazione, scendemmo come naufraghi che toccano terra dopo giorni in mare. Gambe molli, facce stravolte, ma con la certezza di avere una storia da raccontare per tutta la vita.

Il Montenegro è un paese che ti resta dentro: paesaggi grandiosi, canyon che tolgono il fiato.
Ci tornerei anche domani, davvero.
Ma una cosa la so con assoluta certezza: mai più su quella strada.