Quest’estate mia madre e le mie sorelle ricevono un invito che, sulla carta, suona come la vacanza perfetta.
Il cugino di mia madre – famiglia benestante di Montecarlo, case al mare, yacht in foto profilo – affitta per un mese una villa a Santa Teresa di Gallura. Un paradiso, insomma. E scrive il fatidico messaggio:
“Venite, portate anche i bambini, c’è spazio per tutti.”

Mia madre si illumina. Le mie sorelle preparano già i costumi. Io, invece, declino. “Devo aiutare papà in campagna.”
Mai scelta fu più saggia.

Due giorni dopo l’arrivo, squilla il telefono: urgenza, disperazione.
“Stiamo cercando un volo per tornare indietro.”
Non era panico. Era sopravvivenza.

La villa, infatti, non era affatto un’oasi di ospitalità. Era più simile a un esperimento sociale su come resistere a un regime carcerario in salsa mediterranea.
La moglie del cugino, convinta principessa monegasca col portafoglio cucito a mano, decide che la convivenza va gestita con ferrea economia domestica. Così impone la dieta del lager: