Il bello del precariato scolastico è che ogni anno è come un viaggio: valigia pronta, una destinazione a caso assegnata dall’ufficio scolastico e la sensazione che la tua vita sia un biglietto ferroviario senza ritorno.

Quell’anno mi mandano in un istituto tecnico in provincia. Arrivo con la faccia di chi ha già visto troppi corridoi dipinti verde ospedale. Alla prima riunione conosco Claudia.

Claudia non è la classica collega invisibile: è una di quelle che fanno battute anche durante i collegi docenti, che ridono quando tutti si addormentano sulle circolari. È brillante, ironica, ma soprattutto ha quella scintilla che ti manda dritto contro un muro.

Passano le settimane. Una chiacchiera davanti alla fotocopiatrice, un pranzo improvvisato in mensa, poi un messaggio dopo le 23:30, quando i bravi colleghi dormono e i cattivi iniziano a scrivere.

In breve tempo diventiamo amanti.

Io, lei, e la sensazione di star giocando a nascondino in un paese dove non si nasconde nemmeno una mosca.

Arriva giugno, finisce la scuola. Penso: “Ok, esperienza intensa ma limitata, ora si chiude qui”.
Invece no: a settembre lei è di nuovo lì. E io pure.

E a settembre arriva pure la mazzata: la segreteria annuncia i nuovi contratti annuali. Sul tabellone leggo il nome: Marco R.
Io non ci faccio caso. Poi entra lui. Lo vedo. Sorridente, cordiale. Si presenta:
— “Ciao, sono Marco. È il mio primo contratto lungo qui, non conosco nessuno… tu ci sei già stato?”
Io stringo la mano e penso: “Meraviglioso. Il marito.”