Io giuro che in quel momento avrei voluto sprofondare sotto il tavolino del bar.
Le settimane scorrono in un limbo surreale:
– la mattina correzioni e consigli didattici con Marco,
– il pomeriggio messaggi clandestini con Claudia,
– la sera chiacchiere da amici con lui, che mi racconta i suoi sogni di futuro, viaggi, magari anche figli.
E io lì, in equilibrio instabile, a fingere di non avere una doppia vita. Il bello (o il brutto) è che non provavo nulla: nessun senso di colpa, nessuna vergogna. La razionalità mi diceva che ero una carogna, ma il cuore rimaneva spento come un neon rotto.
Alla fine la salvezza è arrivata dal precariato stesso: nuovo anno, nuova scuola, nuova vita. Ho salutato Claudia, Marco e pure quell’aula docenti che sembrava uscita da una commedia nera.
Un viaggio di lavoro che avrebbe dovuto insegnarmi letteratura, ma mi ha dato solo una lezione: certe coincidenze sono più letali di una gita scolastica con il pullman in panne.