Paolo ha un’ossessione: le balenottere australi. Non le orche, non i delfini, nemmeno gli squali balena che tutti fotografano a Ningaloo Reef. No, lui voleva per forza vedere le balenottere con i cuccioli ad Augusta, in Australia Occidentale. “Ad agosto è il momento migliore!”, ripeteva con lo stesso entusiasmo di un bambino davanti alle figurine dei Pokémon.

Io, che di solito mi limito a sognare un mojito in spiaggia, ho ceduto. E così eccoci: biglietti aerei venduti a prezzo di organo sul mercato nero, ventiquattr’ore di volo con scali improbabili, e finalmente il porto di Flinders Bay, tra gabbiani urlanti e vento che ti pettina come un parrucchiere ubriaco.

Un dettaglio che Paolo ha “casualmente” dimenticato: agosto, in quella parte di mondo, è inverno. Vento freddo, pioggia orizzontale, onde che sembravano muri di tre metri pronti a schiantarci addosso.
Altro dettaglio: io soffro di mal di mare in maniera patologica. Non quella nausea poetica da film francese, con la mano sulla fronte e lo sguardo languido. No, io sono quella che deve uscire dall’Acquario di Genova perché le onde nelle vasche dei pinguini le fanno venire da vomitare.

Ma non volevo rovinare il sogno di Paolo. Così mi sono imbottita di Plasil, come se fossero caramelle alla menta, e ho pensato: Che ci vuole? Due ore di barchetta, qualche foto, una coda di balena e via.
Spoiler: il mare ha riso di me.