Quando io e il mio compagno abbiamo deciso di passare due mesi in Germania per “fare esperienza di vita e lavoro”, la reazione degli amici è stata un tripudio di frasi motivazionali:
“Che figata!”
“Vedrete, lì funziona tutto meglio che in Italia!”
“È l’occasione della vita!”

Avrei dovuto insospettirmi già da allora.

Arrivati, la prima sensazione è stata il freddo. Non il freddo normale, quello che ti infila le mani in tasca e tiri un sospiro. No, un freddo tagliente, alieno, che si insinuava nei muri, nelle ossa, perfino nei pensieri. Per me, salentina, era come essere stata catapultata in Siberia senza addestramento.

Il lavoro? Una sequenza di annunci farlocchi. “Ambiente giovane e dinamico”, tradotto: lavare bicchieri fino alle tre del mattino in un pub che odorava di wurstel rancido e deodorante Axe. Oppure fare la promoter di contratti telefonici in piedi otto ore davanti a un centro commerciale, con i passanti che ti guardavano come se stessi vendendo la peste nera.

Ma il vero colpo di grazia è arrivato con la casa.