C’è chi in viaggio si perde un treno, chi dimentica il passaporto in albergo, chi si porta a casa una scottatura che manco un’aragosta al forno. Io invece ho perso il volo di ritorno. Ma non perché sono arrivato tardi al gate.

“Facciamo un tour nel Nord Europa!”, aveva detto lei, con quell’entusiasmo da influencer in erba. E io, da bravo fidanzato innamorato, ho fatto sì con la testa. Zaino in spalla, playlist di Sigur Rós per darmi un tono mistico, biglietti presi con la sua carta di credito (errore da principianti, ma chi ci pensava?), e la convinzione che sarebbe stato il nostro “primo viaggio lungo e importante insieme”.

Prima tappa: Helsinki. Lei voleva assolutamente il Design Museum. Tre ore davanti a una sedia del 1972 che secondo la guida “ha rivoluzionato la percezione del minimalismo scandinavo”. Io, intanto, pensavo solo a una pinta di birra per scaldarmi, ma niente: la mia ragazza continuava a chiedermi di scattarle foto mentre fingeva di contemplare un appendiabiti.

Poi su, verso la Lapponia. Lì il piano era vedere l’aurora boreale. Nella nostra testa ci saremmo abbracciati sotto un cielo psichedelico, con le luci verdi che ci avrebbero benedetti come in una pubblicità di profumo. La realtà? Tre giorni di cielo bianco latte, il sole che non si vede mai e un vento che ti sega le orecchie come una motosega invisibile. Le slitte trainate dagli husky, che speravamo fossero una favola vivente, puzzavano più di noi dopo una settimana di ostello con docce a gettoni da due minuti.