Quando finalmente la costa di Augusta è riapparsa all’orizzonte, eravamo ridotti a larve. Nessuno parlava più. I sacchetti a righe erano pieni, annodati e accatastati come palloncini funebri. Io ero stesa sul sedile, pallida come un foglio A4, mentre Paolo, l’uomo delle balenottere, scrollava la macchina fotografica con un sorriso beato: “Guarda che foto incredibili!”.
Ho guardato. C’erano cento scatti… tutti identici. Solo acqua grigia mossa. L’unico cetaceo immortalato, se così vogliamo chiamarlo, era una sagoma che potrebbe essere stata benissimo un tronco o il mio stomaco in fase di ribellione.

Il resto della giornata l’ho passato in hotel, sdraiata sul letto, cercando di capire se stessi ancora respirando o se fossi già entrata in una dimensione parallela fatta di nausea eterna.

Ah, il Plasil, nell’oceano in inverno australiano, vale quanto una gomma alla menta. Ti lascia solo un buon odore mentre abbracci il sacchetto maledetto.