Dopo dieci minuti, la barca oscillava come una lavatrice in centrifuga. Dopo venti, io ero già in ginocchio, aggrappata al mio sacchetto a righe bianche e rosse, che da semplice gadget è diventato il mio compagno di viaggio più fedele.

Di fronte a me una coppia di tedeschi, inizialmente divertita dalle mie smorfie verdi. Dopo un’ora, anche loro avevano il loro sacchetto personalizzato, mentre io facevo ormai concorrenza all’Esorcista. Ogni onda era un colpo basso. La prua sembrava il set di un film catastrofico: gente stesa come soldati dopo la battaglia, bambini mezzi addormentati con la bocca aperta, sacchetti penzolanti che facevano pensare a una festa di compleanno andata malissimo.

I marinai, invece, ridevano. Abituati a ben altre mareggiate, sorseggiavano tè bollente e gridavano: “Southern right! Megattera!”. Tutti si precipitavano a prua, barcollando come zombie in un rave nautico, e io li seguivo barcollando con il mio sacchetto stretto al petto. Indovinate cosa vedevamo? Onde. Solo onde. Ogni tanto un gabbiano che ci guardava dall’alto con aria di superiorità.

Il tempo in mare si deformava. Tre ore sembravano tre giorni. Cinque ore, tre anni. A un certo punto ho iniziato a pensare che non saremmo mai più tornati. La barca, la pioggia, il vento: un’orgia di nausea e sale.