Non so bene perché mi sia messo in testa di fare il Cammino di Santiago. Forse perché tutti mi dicevano: “Ti cambia la vita”. Oppure perché, in un periodo di confusione, volevo dimostrare a me stesso di saper resistere a chilometri di polvere, vesciche e compagni di viaggio improvvisati. Fatto sta che, una mattina d’agosto, con uno zaino più grande di me e scarponi nuovi di zecca (errore da principiante), ero a Saint-Jean-Pied-de-Port, pronto a partire.
Il primo giorno mi è bastato per capire che non avevo idea in cosa mi stessi cacciando. La salita verso Roncisvalle sembrava progettata da un sadico medievale: sudavo come una fontana, bestemmiavo in tre lingue e pensavo continuamente a tutti i treni che avrei potuto prendere comodamente invece di scalare quella montagna. Ogni tanto, qualche pellegrino più allenato mi sorpassava con un sorriso illuminato e io avrei voluto spingerlo giù dal sentiero.
Gli ostelli poi. Ah, gli ostelli. Dormitori da venti persone, con sinfonie notturne di russatori professionisti, piedi che puzzavano come arsenali chimici e tizi che alle cinque del mattino accendevano la luce per prepararsi come se dovessero scalare l’Everest. Una notte mi sono ritrovato a dividere il letto a castello con un signore tedesco che parlava nel sonno e diceva sempre “Kartoffelsalat”. Non ho mai capito perché.
E i piedi… Non esiste crema, cerotto o santo che tenga: dopo il terzo giorno avevo vesciche su vesciche. Camminavo come un’anatra ubriaca, e ogni volta che vedevo l’insegna di una farmacia era come se avessi trovato un’oasi nel deserto. Una volta ho comprato talmente tanti cerotti che la farmacista mi ha chiesto se stavo tentando il record mondiale.
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