I pasti erano un’altra sfida. O mangiavi il famoso “menú del peregrino” (pasta scotta, pollo secco e vino che sapeva di aceto), o ti arrangiavi con quello che trovavi nei piccoli villaggi. Una sera, esausto, ho comprato un panino gigantesco al tonno. Solo che non era tonno: era baccalà crudo. E l’ho scoperto troppo tardi. Ti lascio immaginare la notte successiva.

Eppure, tra una disavventura e l’altra, c’erano momenti assurdi che ti rimanevano dentro. Una volta ho camminato sotto un temporale epico, con l’acqua che mi scendeva nelle scarpe come due acquari portatili, eppure mi sono ritrovato a ridere da solo. Un’altra volta ho perso la strada e ho seguito per chilometri un vecchietto galiziano che non parlava una parola di spagnolo comprensibile. Alla fine mi ha portato a casa sua, mi ha offerto del vino bianco gelido e delle patate al chorizo. Non ho mai mangiato così bene in vita mia.

E poi c’erano i compagni di viaggio. Gente che non avresti mai conosciuto altrimenti: una ragazza coreana che faceva origami con le foglie secche, un ex manager di banca francese che aveva mollato tutto perché “era stufo di Excel”, una signora polacca che mi ha curato una ferita come se fossi suo figlio. Camminavamo, parlavamo, ridevamo, ci lamentavamo insieme. A volte ci lasciavamo per giorni, e poi ci ritrovavamo casualmente nello stesso ostello, come se il Cammino decidesse lui quando farci incontrare.

Arrivato a Santiago, non ero illuminato, non ero guarito, non avevo trovato risposte ai miei dubbi esistenziali. Avevo solo piedi devastati, una barba ridicola e uno zaino che puzzava come una discarica. Guardando la Cattedrale, mi sono detto: “Tutto qua? Tutti quei chilometri per questo?”.