Avevo deciso che quel viaggio non sarebbe stato solo mare, sole e spritz. No, io volevo cultura, autenticità, vivere come la gente del posto. E la guida, con quell’aria da zio simpatico che ti consiglia sempre la scorciatoia giusta, mi dice:
“Non perdere l’asta in piazza domani mattina. Occasioni uniche! Roba che non trovi nei negozi, tesori nascosti!”
Io, che già mi vedevo tornare con un pezzo d’antiquariato da mostrare a cena con gli amici, ho pensato: questa sì che è la svolta.
La piazza era piena di tavoli con sopra di tutto: lampade che sembravano uscite dalla scenografia di un film sovietico, quadri di santi che fissavano l’anima con occhio torvo, pentole arrugginite, e un set di posate argentate che giuravano essere appartenute “a un conte decaduto”. L’atmosfera era un misto tra fiera di paese e sagra della fregatura.
Io, convinta che la vita sia fatta di colpi di fortuna, mi butto. Vedo un oggetto che scintilla al sole: una scatola decorata, intarsiata con motivi floreali e un luccichio che, nella mia mente, gridava “arte orientale del ‘700”. L’uomo al banco, con la parlantina di chi potrebbe venderti anche un frigorifero al Polo Nord, mi sussurra:
“Rarità. Valore minimo 600 euro. Ma oggi, per lei… 200.”
Due. Cento. Euro.
Lascia un commento