Avevo 21 anni e la sensazione che il mondo fosse un gigantesco menù da cui potevo ordinare qualsiasi cosa: “un lavoro a Londra, grazie, con contorno di vita cosmopolita e un bicchiere di futuro brillante, per favore”.
Nella mia testa era l’inizio perfetto di un film: protagonista giovane, piena di speranze, colonna sonora indie in sottofondo e Londra che mi aspettava come un set cinematografico.

La realtà si presentò già al check-in, quando la bilancia dell’aeroporto decise di smascherare la mia ingenuità: avevo portato con me mezza casa. Il supplemento bagaglio prosciugò il mio conto quasi del tutto. “Non importa” mi dissi, “tanto domani comincio a lavorare e recupero subito”. Spoiler: non fu proprio così.

Il quartiere dell’alloggio era di quelli che gli agenti immobiliari definiscono “vivace”. In realtà sembrava un incrocio tra un mercato notturno e una scena del crimine: odore di fritto a tutte le ore, serrande abbassate e sirene di polizia come colonna sonora serale. L’appartamento era un capolavoro di archeologia urbana: cucina con due fornelli funzionanti su quattro, frigo che si apriva solo a calci, bagno da film horror low budget con muffa protagonista.

La mia stanza era un rettangolo triste, senza cuscino. Non per scelta minimalista o spirito di adattamento, ma perché non avevo soldi per comprarlo. Ho dormito due settimane con un maglione piegato sotto la testa, svegliandomi ogni mattina con il collo talmente storto da sembrare reduce da un incidente stradale.