I coinquilini erano una sit-com a parte:
– Un chitarrista brasiliano che provava sempre e solo alle tre del mattino.
– Una ragazza che cambiava fidanzato più spesso delle lenzuola (e ti assicuro che cambiava i fidanzati molto più delle lenzuola).
– Un tipo silenzioso che non ho mai capito se fosse un artista incompreso o un ricercato internazionale.
Il primo giorno di lavoro fu un’altra rivelazione: pensavo di essere assunta in un ufficio “giovane e dinamico”. Era un call center che vendeva assicurazioni improbabili a clienti inglesi che non capivo a pieno per via del loro accento. Dopo tre ore di “sorry, could you repeat?” e “no thank you, madam”, il mio supervisore mi prese da parte e mi disse che forse “non era il lavoro adatto alle mie inclinazioni”. Congedo immediato. Primo stipendio sfumato.
Da lì partì la fase “sopravvivenza urbana”: colazione con tè e biscotti sbriciolati, pranzi con panini comprati a metà prezzo dopo le otto di sera al supermercato, e cene improvvisate con pasta scotta e salse dal gusto indefinibile. Uscire con cinque sterline in tasca e farle bastare per tutta la giornata divenne un’arte zen.