Eppure, dentro a quel caos, Londra cominciò a rivelarsi. Le corse sotto la pioggia per inseguire autobus che non aspettavano mai. Le notti nei pub minuscoli con concerti improvvisati, dove ballavo con sconosciuti che diventavano amici per una sera. Le mattine di sole al mercato di Brick Lane, dove imparai a non farmi fregare sul prezzo di una sciarpa vintage. Le albe a Primrose Hill e i tramonti lungo il Tamigi, che da sola non mi sarei mai immaginata di vivere.

Col tempo trovai altri lavoretti: distribuire volantini vestita da panino gigante, fare la cameriera in un locale che cambiava menu ogni tre giorni (ma mai lo stipendio puntuale), aiutare in un negozio di dischi dove il proprietario mi pagava a vinili invece che in contanti.

La verità è che quell’anno, iniziato con un cuscino mancante e un conto in banca sempre in rosso, si rivelò il più formativo della mia vita. Ho imparato che puoi sopravvivere ovunque, anche con il collo storto e un maglione morbido sotto la testa, se hai abbastanza faccia tosta. Ho imparato che il mondo non è un menù da cui ordinare, ma una cucina incasinata dove spesso ti devi arrangiare con quello che trovi.

E soprattutto ho capito che le storie migliori nascono sempre dai piani che vanno a puttane.