Partiamo in due, coppia sui trent’anni, destinazione: Turchia, tour di 7 giorni. Arrivo a Istanbul: calca infernale e nessuna indicazione su dove trovare la guida con il nostro nome. Ci dividiamo: io esco a cercare, lui rimane dentro a pregare di non sbagliare subito strada. Dopo dieci minuti vedo un gruppo di persone dall’aria disperata e un tizio con un taccuino: eccola, la nostra guida. Nome dell’agenzia? Ovviamente diverso da quello sui documenti. Recupero il mio compagno, già pronto a tornare in Italia, e saliamo sul pullman per due ore di trasferimento.

Arrivati all’hotel, l’autista tenta una manovra da rally su una stradina ripida. Non ci passa. Ci scarica lì, con i bagagli in mezzo alla strada. Un motorino rischia di travolgere una famiglia intera. Noi trasciniamo le valigie su per trenta gradini scrostati.

Giorno 2, sveglia alle 8. Visita della città e pranzo in un locale tipico. Ci piace… fino a scoprire che sarà lo stesso menù dei successivi sette giorni. Dopo vari tentativi di borseggio, ci convincono con “la magnifica esperienza della crociera sul Bosforo”. Gita splendida, peccato che il nostro battello non avesse più il posto d’attracco. Dopo mezz’ora di gincana, il capitano attracca facendo “strike” su altre tre barche.

Giorno 3: Cappadocia. Sveglia alle 5, sosta in autogrill con tentato investimento della sottoscritta. I bagni sono degni di un horror: buco a terra, secchiello per il risciacquo e fila infinita di pullman turistici. Le signore locali spintonano per passare avanti: insulto in turco incluso. Io cedo. Ripartenza, visita lampo al mausoleo di Atatürk, intravisto da lontano dietro il filo spinato, e pranzo in un ristorante stile mensa scolastica: stessa pietanza di sempre, temperatura interna 37 gradi.

Tappa al lago salato, deprimente. Poi Cappadocia. Raccolta soldi per la mongolfiera: sveglia alle 4. Noi decidiamo di seguire un gruppetto con minibus privato per vedere le mongolfiere dall’alto. Sveglia alle 3.30, partenza alle 4.30, ancora buio pesto. Alle 5 ci avvisano: “troppo vento, non decollano”. Rientriamo distrutti ma felici di poter dormire. Alle 7 siamo di nuovo in piedi. Giornata di camminate e sudore, seguita da safari in jeep per il tramonto. Peccato che la nostra jeep si blocchi in fila dietro cavalli, quad e altri gruppi. “Avventura off-road”? Più simile a un ingorgo domenicale. Al tramonto ci rifocillano con uno sciroppo analcolico alla fragola, servito a 30 gradi e pagato 60 euro come “mancia agli autisti”.

Il giorno dopo il souvenir più tipico: febbre, dolori e sudorazione fredda. Otto ore in bus e arrivo in un “hotel 5 stelle con spa”. Sembrava uscito da un film anni ’70: porta della doccia inesistente, wc in pendenza, zanzare a cena. Piscina e spa solo sul dépliant.

Visita a Pamukkale e Hierapolis: caldo insopportabile ma paesaggio magnifico. Io cerco di non vomitare sui gatti che girano tra le rovine. Bar unico del sito: tavolo coperto di cacca di piccione che mi osserva con aria giudicante. Il mio compagno, allegro e innamorato di ogni pietra antica, mi porta un tè e una merendina. Peccato che la bustina fosse di sale: in bocca, il gusto di acqua di mare sporca. Resisto. La merendina “speranza” diventa pranzo.

A seguire: ristorante all’aperto con 37 gradi e menù invariato, poi visita a Efeso, con pavimenti di marmo lucidi come pattini sul ghiaccio. Tre cadute ma nessuna gamba rotta.

Ultimo hotel: un’ora di trasferimento prevista, tre ore di traffico reale. Struttura con un solo ascensore da tre posti, per 40 persone. Noi riusciamo a prenderlo tra i primi. Chi va a cena trova ancora fila davanti all’ascensore. Sala da pranzo con posti insufficienti: cena trasformata nel gioco delle sedie. Tentiamo una passeggiata sul lungomare con altre coppie, ma un’ora dopo siamo tutti già a letto, convinti che i 30 siano i nuovi 80.

Febbre, mal di gola e Brufen mi accompagnano fino al rientro. Il volo di ritorno sembra un miracolo: siamo sopravvissuti. Due giorni dopo… ero già più felice di essere tornata al lavoro.