Mi chiamo Massimo e questo è il resoconto del mio weekend a Verona.

Doveva essere un viaggio “culturale”, un paio di giorni per staccare, vedere l’Arena, mangiare bene e magari fare un giro romantico sul lungadige. È finita che ho visto più scale mobili guaste che monumenti, e ho mangiato più lasagne surgelate che pasticcio della nonna.

La partenza prometteva bene: treno regionale strapieno, gente ammassata come sardine e io incastrato accanto a un tizio con zaino da trekking che occupava mezzo sedile. Dopo un’ora in piedi, riesco a sedermi: il posto era bagnato. Non chiedetemi di cosa.

Arrivo finalmente a Verona Porta Nuova, già disfatto. Taxi? Prezzo da Emirates. Decido di fare “due passi” fino all’hotel: due chilometri con trolley che faceva il rumore di una lavatrice rotta a ogni sampietrino.

L’albergo, sulla carta “tre stelle centrali”, era un palazzone con moquette color ruggine e un ascensore talmente piccolo che ho dovuto salire le scale col bagaglio. La stanza? Un cubicolo con finestra che dava su un muro scrostato. Letto che scricchiolava a ogni respiro e bagno con ventola che sembrava un elicottero pronto al decollo.

“Almeno mangiamo bene” penso.