A marzo, un lunedì sera, la mia casella di posta decide di rovinarmi la settimana.
Oggetto: “Gentile Dott. Scapin, confermiamo il suo intervento alla conferenza di Bruxelles mercoledì mattina ore 9.”
Bruxelles. Mercoledì. Nove.
Leggo tre volte, convinto di essere vittima di spam accademico. Io, in Belgio, in mezzo a gente in giacca e cravatta che parla di cose serie? Mai nella vita.
E infatti: io non avevo accettato nulla. Il mio capo, sì. Per me.
Lui, con candore da santone:
“Ti faccio un favore, così ti fai vedere in Europa.”
Europa? Io già faccio fatica ad arrivare puntuale a Pavia.
Mi rassegno e cerco un volo. L’unico decente parte da Malpensa martedì alle 17. Problema: martedì alle 13 ho l’appuntamento in Comune per ritirare la nuova carta d’identità, perché la vecchia l’ho usata (non ridere) per raschiare il ghiaccio dal parabrezza.
Piano A: ritiro carta alle 13, treno alle 13:35, arrivo a Malpensa per le 16:20.
Piano B: piango e basta.
Martedì. Ore 12:45. Sono già fuori dal Comune per giocare d’anticipo.
Davanti a me, una signora con in mano… delle radiografie. Chiede un documento d’identità per il cane. Il funzionario, paziente, spiega che non esiste. Lei insiste: “Ma guardi che lui ha pure il chip, e queste sono le lastre.”
Io, dietro, comincio a sentire i tamburi della colonna sonora di Apocalypse Now.
Ore 13:27. Carta in mano. La infilo nel portafoglio come fosse un reperto archeologico.
Ore 13:36. Perso il treno per 1 minuto. Uno.
Scopro che un altro parte alle 13:52… ma da un’altra stazione, a 11 minuti di corsa.
Mi butto.
Corro come se mi stesse inseguendo la finanza. Supero un gruppo di liceali che mi guardano come un Pokémon raro. Arrivo sul treno sudato come in una sauna finlandese. Una signora mi offre una mentina. La prendo con lo sguardo di chi vede un atto di misericordia.
Ore 16:17. Malpensa. Check-in. L’addetto guarda la carta:
“È nuova, vero? Emessa oggi?”
Annuisco pronto al verdetto di morte.
Invece sorride, mi stampa la boarding pass. Mi sento miracolato.
Decollo.
Atterro.
Ma… a Charleroi. Che, piccolo dettaglio, NON è Bruxelles. È come dire che Bergamo è Milano.
Hotel? In centro a Bruxelles. Un’ora e venti di navetta. Che però parte ogni ora.
La mia? Appena partita.
Quella dopo? Piena.
Quella dopo ancora? Tra un’ora.
Arrivo in hotel alle 20. Camera con vista muro. Non importa: collasso.
Mercoledì mattina, ore 7. Doccia, cravatta, colazione. Alle 8 sono fuori per prendere il tram verso il centro congressi.
Solo che… il tram è bloccato. Manifestazione di agricoltori: trattori in mezzo alla strada, bandiere, e persino mucche (vive) a presidiare l’incrocio. Protestano contro l’export dei formaggi.
Cammino. Tacchi che scivolano, zaino che mi spezza la schiena, Google Maps che mi fa fare il giro lungo “perché c’è meno traffico” (bugia).
Ore 9:08. Entro ansimando nella sala conferenze. L’organizzatrice mi accoglie sorridente:
“Ma… il suo intervento non era online?”
“Eh?”
“Sì, su Zoom. Le avevamo mandato il link.”
Zoom.
ZOOM.
Ho preso un volo, tre mezzi, due corse, una navetta fantasma… per qualcosa che potevo fare dal divano, in pigiama, col caffè in mano.
Se non altro, la sera mi sono rifatto con birra belga e patatine fritte. Direttamente alla fonte.
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