Era un lunedì mattina di quelli che partono già con l’ansia. Sveglia alle 4:30, occhiaie modello panda, e la sensazione che in realtà mi fossi appena messo a letto.
Il piano era semplice: volo delle 7 Venezia–Bruxelles, riunione alle 11, pranzo veloce con il cliente, rientro la sera. Una toccata e fuga in grande stile, tipo agente segreto della consulenza aziendale.
Check-in online già fatto la sera prima, valigetta pronta, outfit “professionale ma dinamico” – nella mia testa un incrocio tra Clooney in Up in the Air e un pubblicitario milanese chic, nella realtà più “venditore di stampanti a fine turno”.
Arrivo in aeroporto e l’altoparlante mi accoglie con la frase che ogni viaggiatore teme: “Il volo per Bruxelles subirà un ritardo di circa 50 minuti per rotazione aeromobile”. Tradotto: il nostro aereo è ancora in giro a farsi i fatti suoi.
Decido di ingannare l’attesa con un cappuccino, che ovviamente riesco a rovesciare sulla mia camicia bianca immacolata. Corro in bagno, la sciacquo, e ottengo un’aureola marroncina perfettamente centrata sullo sterno. Ora sembri che io abbia una medaglia al valore in caffeina.
Finalmente imbarchiamo. L’aereo decolla con il passo del bradipo assonnato, atterra a Bruxelles e io salto su un taxi diretto in centro. Tre incroci e siamo fermi, bloccati in mezzo a un corteo di trattori: sciopero agricolo. Il tassista, zen come un monaco buddista, mi dice “Qui capita spesso” mentre io sto già mentalmente eliminando le prime 12 slide della presentazione.
Arrivo in ufficio trafelato, mi piazzo davanti al proiettore… che non funziona. Piano B: collego il mio laptop e tengo la presentazione reggendo il computer in mano, come se stessi servendo un vassoio di pasticcini a un cliente che invece voleva un keynote alla Steve Jobs.
Pranzo in brasserie: moules-frites e birra. Il cameriere inciampa e metà della birra finisce sulla mia tastiera. Salvo i tasti da F1 a F6, ma il resto inizia a scrivere da solo frasi casuali, tipo seduta spiritica in diretta.
Il ritorno è la ciliegina sulla torta: il gate cambia tre volte, poi ci caricano su un pullman che sembra uscito da un gita scolastica anni ’80, direzione aereo parcheggiato in mezzo al nulla. Pioggia battente, vento, capelli versione “pennuto bagnato”.
Mentre saliamo, un passeggero davanti a me perde una scarpa nella pozzanghera. Non ho tempo di aiutarlo: siamo già tutti intruppati nella scaletta come sardine con l’ombrello rotto.
Atterro a Venezia alle 23:15, stremato e con la sensazione di aver vissuto tre stagioni di una serie TV in un giorno. A casa, butto la camicia nel sacco dell’umido, asciugo il portatile col phon, e controllo le mail.
Il cliente mi ha scritto: “Dovremo rivederci per approfondire”.
Questa volta, spero, in pigiama da remoto.
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