Siamo partiti in tre famiglie: nove adulti e cinque bambini, con quell’aria da “questa sarà la vacanza perfetta” che poi, col senno di poi, riconosci subito come il segnale che andrà tutto storto.
Io avevo prenotato mesi prima, incrociando recensioni entusiastiche tipo “un’oasi di pace”, “un posto dove ricaricare le energie”, e foto di campi di girasoli al tramonto, talmente perfette da sembrare prese dal desktop di Windows.

Giorno 1, ore 8.00 – Partiamo in colonna: noi davanti, i Bianchi in mezzo, i Mariani dietro. Il piano era semplice: tre ore di viaggio, una sosta caffè tutti insieme e arrivo in agriturismo giusto per il pranzo. Dopo venti minuti, i Bianchi spariscono dal retrovisore. Li chiamiamo.
— “Siamo fermi, c’era un forno famosissimo con la focaccia più buona della regione, dovevamo provarla.”
Peccato fosse chiuso per ferie, con tanto di cartello storto “Riapriamo a settembre”. Mezz’ora di ritardo per nulla.

Ripartiamo e ci fermiamo in autogrill per un caffè veloce. I Mariani si presentano al tavolo con vassoi pieni come se dovessero affrontare la Transiberiana: panini, succhi, croissant, patatine. Risultato: altri 25 minuti persi e due bambini con la maionese fino ai gomiti.

Arriviamo all’agriturismo con un’ora di ritardo. La “vista sulle colline” promessa sul sito si traduce in vista panoramica su un cantiere, con tanto di betoniera attiva e muratori che si passano secchi di cemento a ritmo di trapano. I bambini, appena scesi, scappano verso quelle che pensano siano pecore. In realtà sono tre enormi cani da guardiania, liberissimi e molto poco entusiasti di essere disturbati. Il proprietario corre a recuperarli urlando in dialetto qualcosa che suonava come un avvertimento medievale.

Le camere… diciamo “rustiche”. Il nostro bagno aveva un rubinetto che spruzzava a 45° e una finestra che dava direttamente sul parcheggio, senza tende. La camera dei Bianchi puzzava di formaggio stagionato e i Mariani avevano un letto matrimoniale che cigolava al solo pensiero di sedercisi.

Pomeriggio, piscina. I Mariani decidono che i loro figli possono tranquillamente giocare a palla dentro la vasca. Dopo cinque minuti la palla colpisce il bicchiere di mio marito, rovesciando la bibita sul tavolino e direttamente sull’iPad di mia figlia. Schermo nero, panico, e in sottofondo le cicale che parevano riderci in faccia.

Sera, barbecue “tutti insieme”. I Bianchi portano carne marinata con “una ricetta segreta di famiglia” che, a giudicare dal sapore, prevedeva almeno mezzo chilo di sale per bistecca. Dopo cena, giri di digestivo per cercare di sopravvivere alla salinità. Risultato: di notte tutti a bere come cammelli post-carovana. Mio marito ha svuotato due bottiglie da un litro senza riprendere fiato.

Giorno 2: escursione in bici “facile e panoramica” consigliata dal proprietario. Dopo 500 metri, il figlio dei Mariani fora la gomma. Mentre aspettiamo che il padre, con calma zen, sistemi la ruota, i Bianchi si allontanano “per vedere un borgo lì vicino”. Tre ore dopo li ritroviamo in un’osteria, con un tagliere di salumi e due calici di vino davanti, come se la vacanza fosse solo loro.

Nel frattempo, io cercavo di convincere i bambini a continuare la pedalata, ma dopo 20 minuti di lamentele in coro ho ceduto e li ho messi a raccogliere sassi sul ciglio della strada. Rientriamo sfiniti, con un leggero odore di sudore misto prosciutto crudo che avvolge il gruppo.

Tardo pomeriggio: temporale improvviso. I bambini, “per non annoiarsi”, decidono di creare un “fiume artificiale” nel corridoio usando bottiglie d’acqua, bicchieri e foglie raccolte fuori. In cinque minuti il pavimento diventa una pista di pattinaggio. Mia suocera scivola e si fa male a un polso. Pronto soccorso del paese vicino, due ore di attesa e una fattura da conservare.

Ultima sera: per “recuperare lo spirito di gruppo” andiamo tutti in pizzeria. Il figlio dei Bianchi rovescia un bicchiere di Coca Cola sul tavolo, bagnando tre portafogli, un telefono e metà tovaglia. Mio marito, ormai esausto, sbaglia strada tornando: “Fidati, è una scorciatoia”. Finisce che ci ritroviamo su una mulattiera al buio, con la macchina graffiata dai rovi e Google Maps che continua a dire “fai inversione a U” come una madre delusa.

Passano così inesorabili i cinque giorni di epopea.

La mattina della partenza si caricano le macchine in un silenzio surreale. I bambini piangono perché vogliono restare “almeno altri dieci giorni”, mentre noi adulti ci scambiamo occhiate eloquenti.

Siamo tornati a casa con:
– un’ustione solare grande come la Toscana sulla schiena di mio marito
– una fattura del pronto soccorso
– un iPad defunto
– una macchina rigata
– e un’inedita certezza: l’anno prossimo, massimo un weekend… e ognuno per conto suo.