Escursione organizzata sulle Dolomiti, luglio 2019

L’idea era: “Due giorni per staccare dalla città, ritrovare se stessi e abbracciare la montagna.”
L’idea del tour operator, però, era evidentemente un’altra: testare i limiti della psiche umana.

Partiamo da Verona venerdì pomeriggio con un gruppo misto: pensionati sportivissimi, una coppia che litiga già alla partenza (“Avevamo detto mare!” “E invece montagna, perché ti fa bene!”), tre ventenni con zaini da 80 litri pieni solo di snack e selfie stick, e io, sola, con uno zaino prestato da mio cugino che fa speleologia.

Arrivati al rifugio, capiamo subito il tono del weekend: niente lenzuola, niente acqua calda e una cena “tradizionale” a base di polenta fredda e spezzatino vegano che sa di cartapesta umida. In camera siamo in otto, tutti con sacchi a pelo diversi, odori personali compresi. La guida ci sveglia alle 5:30 del mattino con un entusiasmo sospetto, dicendo che “il sole non aspetta nessuno”. Neanche il caffè, a quanto pare.

La prima escursione è definita “anello medio-facile con viste mozzafiato”. Traduzione: tre ore in verticale su rocce instabili, con una signora dietro di me che racconta le sue colonscopie a voce alta e un ragazzo davanti che trasmette podcast motivazionali a volume massimo. Ogni tanto la guida si gira e dice: “Respirate! Questo è il respiro della montagna!”
Io respiravo solo il sudore dei miei compagni.

Il pranzo “in quota” consiste in una banana e un tramezzino sciolto nello zaino. Quando finalmente arriviamo in cima, inizia a piovere. La guida dice: “È normale, le nuvole sono parte del cammino.” Poi scivola e cade. Si rialza con la caviglia gonfia, ma ci rassicura: “Ho fatto il Cammino di Santiago con un’ernia, possiamo farcela anche oggi.”

La sera, al rifugio successivo, scopriamo che l’unico bagno è all’esterno, e si raggiunge con una torcia frontale che nessuno ha portato (tranne il ventenne col selfie stick, che usa il flash del telefono finché non gli cade nel cesso).
Durante la notte, una signora russa parla nel sonno, gridando parole che sembrano maledizioni. Alle 4:00 un tizio decide di fare yoga nel corridoio, con mantra che ci svegliano tutti.

Il ritorno, la domenica, avviene sotto un temporale improvviso. Ci infanghiamo fino alle ginocchia. La guida, sempre più claudicante, si perde per dieci minuti. Quando ritroviamo il sentiero, uno del gruppo ha sviluppato una dermatite, due hanno litigato per un poncho bucato, e io ho deciso che mai più seguirò una pubblicità su Instagram con la scritta “Rigenera corpo e anima in due giorni”.

Siamo tornati in città che sembravamo reduci da un reality estremo.
Ma almeno adesso, se mi parlano di “escursione breve”, mi viene solo da ridere.