Silenzio tombale. Solo onde, qualche conato sparso e un bambino che a un certo punto ha chiesto:

“Mamma, ma moriamo?”

Nessuno ha avuto il coraggio di rispondergli con convinzione.

Poi è successo l’inevitabile. La ragazza carina con lo chignon, vestitino bianco, sandali eleganti e sorriso da pubblicità del turismo pontino, quella che all’andata rideva guardando i pesci dal fondo trasparente, ha ceduto.

Nel sacchetto, per carità. Con dignità tecnica.

Ma la dignità emotiva era ormai affondata davanti a Ponza insieme al prosecco immaginario della serata romantica.

Quando siamo finalmente scesi a terra, ci siamo dispersi tutti in silenzio, come superstiti di un naufragio amministrativo. Nessuno parlava. Nessuno guardava nessuno. Eravamo solo persone che avevano visto troppo.

E proprio mentre pensavo che il peggio fosse passato, mia suocera si ferma davanti a un chioschetto del porto e dice:

“Ci facciamo una granita? Così ci rimettiamo un po’ in sesto.”

Io non ho risposto.

Avevo ancora il mare dentro. E non in senso poetico.