È arrivata una raffica secca, di quelle che ti prendono in faccia come uno schiaffo dato da Poseidone in persona, e la barca ha iniziato a saltellare sull’acqua come una cialda nel tostapane.
All’inizio tutti zitti. Poi sono comparse le prime facce strane. Quelle verdi, lucide, con lo sguardo di chi sta ricalcolando tutte le scelte della propria vita.
Io cercavo di fissare l’orizzonte, perché avevo letto da qualche parte che aiuta. Peccato che anche l’orizzonte sembrasse muoversi più di mia zia dopo l’apericena.
Mio suocero, ovviamente, faceva il navigatore esperto:
“Eh, sarà un po’ di maestrale. Succede.”
Io intanto ero aggrappata alla ringhiera con la forza di chi sta firmando mentalmente il testamento.
A un certo punto un signore con la polo appoggiata sulle spalle, fino a dieci minuti prima elegantissimo e sicurissimo di sé, ha detto:
“Forse è meglio rientrare.”
Il capitano ha annuito senza dire una parola. Aveva quello sguardo da uomo che nella vita ha visto tempeste, traghetti pieni ad agosto e probabilmente anche qualche matrimonio finito male.
Il ritorno è stato una processione laica del disagio.