Dopo la laurea avevamo deciso di premiarci con un weekend rilassante al mare.
Una cosa semplice: due giorni per respirare, dormire, mangiare qualcosa vista acqua e fingere per un attimo che non ci aspettasse il ritorno alla vita vera, quella fatta di curriculum, colloqui, stage sottopagati e il grande mito del “posto fisso”.
Così prenotiamo al volo un hotel tre stelle che online veniva descritto come “romantico, sul belvedere, ideale per coppie”.
Già le virgolette, col senno di poi, urlavano pericolo.
Arriviamo nel tardo pomeriggio e la prima impressione non è proprio da cartolina. La facciata dell’edificio sembra un incrocio tra una palazzina sequestrata, una pensione anni Ottanta dimenticata da Dio e un discount chiuso nel 2004.
Ma noi, ingenui e ancora pieni di speranza, ci diciamo la frase che precede quasi tutte le disgrazie alberghiere:
«Tanto ci dobbiamo solo dormire.»
Entriamo.
Alla reception c’è un portiere mezzo sdraiato su una sedia, con lo sguardo di uno che ha smesso di credere nell’accoglienza turistica da almeno vent’anni. Ci dà la chiave senza troppe domande, senza entusiasmo, senza forse nemmeno avere piena coscienza di essere lì.
Saliamo in camera.
Appena apriamo la porta, veniamo investiti da un odore difficilissimo da descrivere. Una specie di miscela aggressiva tra muffa, varechina, deodorante per ambienti economico e vecchio rimpianto.
Le pareti erano di un giallo indefinito, quel colore che non sai se sia stato scelto apposta o se sia semplicemente il risultato di anni di umidità, sigarette e tristezza. Sopra il letto c’era un quadro storto con una natura morta che sembrava morta davvero, e non in senso artistico.
Le lenzuola erano stropicciate. La sedia traballava. Il copriletto aveva quella consistenza sospetta delle cose che hanno visto troppo e non vogliono parlarne.
Io provo a mantenere la calma. Mi siedo sul letto, mi tolgo le scarpe e, chinandomi, noto qualcosa vicino al bordo del copriletto.
All’inizio penso sia un sassolino.
Poi guardo meglio.
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