Il bagno era un thriller psicologico piastrellato.

Lo scarico sembrava decorativo. La tenda della doccia era incrostata in un modo che non avrebbe dovuto essere legalmente possibile. L’asta pendeva di lato con l’aria di chi, in passato, aveva sostenuto il peso di qualcuno aggrappato alla vita.

A quel punto scendiamo alla reception con la dignità a brandelli e chiediamo, molto civilmente, di cambiare stanza.

Il portiere ci guarda. Guarda la chiave. Guarda noi.

Poi dice:

«Eh… è quella messa meglio.»

E lì abbiamo capito tutto.

Non c’era una stanza migliore. C’era solo una scala di orrore, e noi eravamo stati assegnati al reparto “lusso”.

Alla fine siamo riusciti a farci fare una pulizia extra, che poi tanto extra non era. Diciamo che qualcuno è salito, ha spostato due cose, ha spruzzato un prodotto chimico abbastanza potente da stordire un cavallo e ha deciso che la questione fosse risolta.

La notte l’abbiamo passata vestiti.

Poi è arrivata la vita adulta, con i suoi problemi: il primo lavoro, gli orari assurdi, i capi invisibili, le pause pranzo depresse davanti a un distributore automatico.

Però devo ammetterlo.

Nessun ufficio, per quanto brutto, mi ha mai fatto trovare un molare nel mio spazio personale.

Quindi, tecnicamente, è stato comunque un miglioramento.