Il villaggio avrebbe dovuto incarnare l’idea dell’isola felice di Capo Verde. In realtà, l’unica cosa davvero felice era l’alcol nel mojito, che ho iniziato a bere alle dieci del mattino già dal secondo giorno, subito dopo essere stata svegliata da un animatore chiamato Kikko, piombato praticamente addosso con un megafono mentre urlava:
“BUONGIORNISSIMO CAFFÈ? TUTTI IN ACQUAGYM!”

Io, che ero partita convinta di staccare il cervello e disintossicarmi da fornitori, telefonate e pause pranzo saltate, mi sono ritrovata catapultata in un girone dantesco in infradito. Altro che resort: era il Villaggio Vattelapesca dell’Ansia Permanente.

I lettini, ovvero il Far West balneare

Alle 7:36 del mattino scendevo con gli occhi cisposi e la faccia di una sopravvissuta al Titanic. I lettini erano già tutti occupati. Non da persone, naturalmente. Da asciugamani.

C’erano individui che si alzavano alle 5:30 per marcare il territorio con teli Decathlon, come lupi mannari in libera uscita. Poi sparivano. Fino alle due del pomeriggio.

E guai a sfiorare uno di quei lettini, perché rischiavi di ritrovarti inseguita da una famiglia di villeggianti inferociti che ti gridava:
“C’ERA IL NOSTRO TOVAGLIOLO DA SPIAGGIA, EH!”

La cosa più irritante è che, un’ora dopo, li vedevi tranquillamente sotto la tettoia a giocare a burraco, mentre il lettino continuava a prendere il sole da solo.

Il buffet dell’Apocalisse

La promessa era “cibo illimitato h24”. La realtà era una coda da aiuti umanitari per contendersi un trancio di pizza fredda. Se volevi la carbonara, che peraltro era una carbonara di soia dalle intenzioni ancora poco chiare, dovevi iniziare a organizzarti alle 11:30 e forse, con un po’ di fortuna e una discreta aggressività di gomito, la vedevi alle 13.