Una volta mi sono distratta un secondo e sei persone mi hanno scavalcata con la naturalezza di chi si sente protetto da una legge superiore. Quando ho protestato, una signora col marsupio mi ha liquidata dicendo:
“Ma lei era al telefono, quindi non vale.”
Il riso in bianco aveva la consistenza del cemento rapido. Il pollo sembrava ancora confuso sulla propria identità. I dolci, invece, ricordavano quelli di cera dei presepi napoletani, ma con meno vitalità.
Gli animatori molesti
Kikko, purtroppo, era solo l’inizio.
C’era anche Sammy, che si atteggiava a sex symbol del miniclub e per tre sere consecutive ha cercato di convincermi a ballare il Waka Waka sul palco. Quando gli ho detto che avevo una caviglia slogata, mi ha risposto:
“Ma il cuore non lo hai slogato, bella?”
Non contenti, mi hanno messo sulla traiettoria anche Vanessa, regina assoluta del karaoke coercitivo. Una sera mi ha trascinata contro la mia volontà a cantare “Sarà perché ti amo” insieme a una bambina di cinque anni, mentre il padre della piccola riprendeva tutto e rideva come un indemoniato.
Il colpo finale è arrivato a notte fonda, quando ho scoperto che il video era già finito su TikTok con l’hashtag #vecchiamaleducata. Tra i commenti, spiccava un capolavoro di cattiveria gratuita:
“Poteva impegnarsi di più nel duetto.”
Com’è finita davvero questa vacanza da incubo a Capo Verde
Alla fine da quel villaggio all inclusive sono tornata con un herpes da stress, una sindrome da buffet che mi fa cercare la fila perfino davanti alla moka e una certezza granitica: l’unico vero all inclusive che merita rispetto è Netflix sul divano, con il telecomando a distanza di sicurezza e nessuno che ti urla “acquagym” in faccia alle otto del mattino.