Lì ho sbottato. Anche perché nel frattempo nessuno stava facendo niente di concreto. Tutti parlavano. Tutti commentavano. Tutti avevano opinioni. Ma chiamare, organizzare, trovare una soluzione, tenere insieme i pezzi, lo stavo facendo io insieme a mio marito.
Tra mille difficoltà riusciamo a contattare il noleggio. Ovviamente tempi lunghi, spiegazioni confuse, nessuno che capisca bene dove siamo, caldo sempre peggiore e noi piantati lì come scemi. Nel frattempo proviamo pure a fermare dei taxi, ma non è che si siano materializzati subito. Passavano, rallentavano, guardavano la scena e tiravano dritto. E forse facevano pure bene, perché sembravamo una famiglia in pieno scioglimento.
Quando finalmente arrivano dei taxi, già eravamo distrutti.
Caricare tutti, dividere persone, valigie, bambini, decidere chi va dove, spiegare la situazione, tenere buoni i nervi… una cosa infinita. E comunque non era finita lì, perché poi c’era tutta la questione del carro attrezzi, della restituzione della macchina, dei documenti, delle telefonate, della caparra, dei costi extra. Ore buttate. Ma proprio buttate. La giornata era praticamente andata.
Io ricordo soprattutto la sensazione di essere completamente prosciugata. Non tanto per il caldo, che già bastava da solo, ma per quel mix di stanchezza, rabbia e frustrazione che ti viene quando capisci che una vacanza è stata rovinata non da una sfortuna vera, non da una tragedia, ma dall’orgoglio idiota di una persona.
Perché la cosa più assurda è questa: non ci è successo chissà quale incidente incredibile. Nessun imprevisto impossibile da prevedere. Nessun evento eccezionale. Solo una persona che non sapeva guidare quella macchina e ha voluto farlo lo stesso. Fine. Tutto lì. Vacanza mezza rovinata per una stupidaggine enorme.
Alla fine, dopo attese interminabili e una quantità di nervoso che non auguro a nessuno, riusciamo a ripiegare su un bus per arrivare almeno a destinazione. Ricordo quel viaggio in bus come una specie di funerale collettivo. Silenzio totale. I bambini addormentati per sfinimento. Io che guardavo fuori dal finestrino senza neanche più la forza di lamentarmi. Mio marito muto. I suoceri pure. E questo già dice tutto, perché quando loro stanno zitti vuol dire che il livello di tensione è altissimo.
Arrivati finalmente a Patrasso, eravamo tutti talmente stanchi e di cattivo umore che sembrava fossimo in viaggio da dieci giorni, non da poche ore. E il peggio è che da lì in poi la vacanza è rimasta rovinata nell’aria. Anche quando le cose andavano decentemente, c’era sempre quel fondo di nervosismo. Quel non detto. Quel fastidio che ti rimane addosso.
Mio suocero, ovviamente, non ha mai ammesso niente. Mai. Ancora oggi la sua versione è che la macchina aveva un problema di suo. Mia suocera ogni tanto la racconta come se fosse stata una grande disavventura capitata per caso. Mio marito preferisce cambiare discorso. Io invece ogni volta che ci penso mi torna il nervoso, soprattutto per il fatto che ci è andata di mezzo anche una bambina che si è sentita male per quella sceneggiata inutile.
La verità è che da allora, quando siamo in viaggio con altra gente, io voglio sapere subito una cosa: chi guida, con che macchina e se è davvero capace. Perché basta un solo testardo convinto di saper fare tutto, e ti ritrovi sotto il sole in mezzo a una strada straniera con la frizione bruciata, i bambini che svengono e la voglia di tornare a casa ancora prima di essere arrivata.
E la cosa peggiore è che, se lo racconti, sembra pure una sciocchezza. Una disavventura da niente. Invece quando la vivi ti assicuro che in quel momento ti sembra la vacanza più di merda del mondo.