Non un odorino leggero. Proprio puzza forte, di qualcosa che si sta cuocendo male. Io faccio subito a mio marito: “Senti anche tu?” E lui annuisce senza neanche guardarmi. Mio suocero ovviamente nega. Dice che è normale. Normale dove, non si sa. Continua a cambiare marce malissimo, a farla sobbalzare, a farla spegnere quasi a ogni rallentamento. Dietro continuano a suonare tutti. Davanti nessuno ci fa passare. Un incubo.
Dopo un po’ la macchina praticamente si arrende.
Prima perde forza, poi comincia a non rispondere bene, poi si ferma quasi del tutto. Ci accostiamo come possiamo, in una situazione pure pericolosa, con metà famiglia già in piena crisi di nervi. E lì finisce ufficialmente la vacanza, anche se eravamo appena usciti dall’aeroporto.
Scendiamo tutti dall’auto sotto un sole tremendo.
Era uno di quei caldi che senti salire dall’asfalto, non solo dall’aria. I bambini già sfiniti. Le valigie ovunque. Nessuna ombra decente. E noi lì, bloccati, senza sapere bene cosa fare, mentre mio suocero continuava a dire che il problema era la macchina. Certo. Non il fatto che avesse praticamente arrostito la frizione nel traffico dopo mezz’ora.
La parte più insopportabile però è stata il dopo.
Perché quando succede una cosa così, in una famiglia normale uno si mette a risolvere. Nella famiglia di mio marito invece si apre il processo. Ognuno cerca un colpevole, nessuno si occupa del problema. Mia suocera ha iniziato a prendersela col noleggio. Mio suocero a dire che la macchina era difettosa. Mio marito cercava di fare da paciere ma senza concludere niente. Io con i bambini, i bagagli e la voglia crescente di urlare in mezzo alla strada.
A un certo punto una delle bambine si è sentita male davvero. Era accaldata, stanca, disidratata, e a furia di stare lì ha iniziato a diventare pallida. Le ho dato da bere, l’ho fatta sedere come potevo, ma poco dopo si è praticamente afflosciata e ci siamo presi uno spavento enorme. Non è successo niente di gravissimo, per fortuna, ma in quel momento io ho proprio perso la pazienza.
Perché un conto è il viaggio storto. Un conto è il disagio. Ma vedere una bambina stare male in mezzo alla strada perché un adulto non è stato capace di dire “ok, forse non sono in grado di guidare questa macchina”, quello no.