Una sera sono in videochiamata con casa.

Sto raccontando tutta la storia ridendo.

«No ma figurati, ormai mi entra pure in doccia…»

In quel momento la porta si apre.

Lei entra.

Si blocca vedendo il telefono.

Sorride.

«Ah, stai parlando con la famiglia! Saluta!»

Mia madre dall’altra parte dello schermo resta senza parole.

Io chiudo.

Quella notte non dormo.

Non per paura.

Per stress.

Mi rendo conto che sto vivendo in allerta continua.

Controllo se la porta è chiusa.
Se ho messo il fermo.
Se sento passi.

Non è una vacanza.

È una convivenza forzata.

La mattina dopo scrivo all’assistenza Airbnb e chiedo il cambio alloggio.

Spiego tutto, allego i messaggi, racconto gli episodi.

Dopo qualche ora mi propongono un rimborso parziale e mi aiutano a trovare un’altra sistemazione.

Accetto subito.

Quando preparo la valigia, lei mi guarda sorpresa.

«Te ne vai già?»

«Sì… ho trovato un posto più vicino al centro» mento.

Mi abbraccia.

Mi regala dei biscotti.

«Mi mancherai.»

Io le sorrido rispondendole: «Anche tu.»

Sto ovviamente mentendo.

Il nuovo Airbnb è anonimo, impersonale, silenzioso.

Nessuno mi scrive.
Nessuno entra.
Nessuno controlla.

È meraviglioso.

Col senno di poi, non era cattiva.

Non voleva farmi stare male.

Era solo sola, abituata a controllare tutto, incapace di capire i confini.

Ma una cosa l’ho imparata: quando su Airbnb scrivono “host molto presente” vuol dire: non sei un ospite, sei un parente acquisito.

E non puoi neanche litigarci.