Estate di qualche anno fa.
Io ero stanco come un somaro che ha fatto anche gli straordinari, e continuavo a ripetere a mia madre lo stesso mantra: mare, silenzio, mangiare, dormire, leggere almeno uno dei quattordicimila libri che compro convinto di avere una vita parallela.

Lei, come sempre, propone la soluzione savonese: il mio amico del cuore, risate garantite, ma anche notti lunghe e ritorno a casa più distrutto di prima.
Quella volta però tira fuori l’idea che sembra perfetta: pochi giorni in Liguria, solo io e lei, nello stesso albergo dove andavamo quando ero adolescente. Nostalgia, relax, mare di fine agosto. Accetto senza esitazioni.

Partiamo con un dettaglio fondamentale: 40 kg di Golden Retriever al seguito.
Chiedo conferma più volte, per iscritto, via mail. Il cane è ammesso? In sala da pranzo? Nelle aree comuni?
Risposta: sì a tutto. Benvenuto ovunque. Anche a tavola.
Perfetto.

Partenza: casa → Liguria.
Arrivo: hotel sul mare, stesso proprietario di allora, sorrisi, pacche sulle spalle, coccole al cane. Mini suite pronta, veranda, tavolo d’angolo per cena. Il Golden si piazza col testone sulla ringhiera a guardare il mondo. Noi mangiamo pesce, beviamo vino, ci sentiamo improvvisamente persone felici.

Passeggiata sul lungomare.
Il cane decide di testare le leggi della fisica: in due secondi srotola dieci metri di guinzaglio, scende da una scogliera ripida come un capriolo alpino, fa pipì soddisfatto e poi risale da solo, saltando da una roccia all’altra.
Io e mia madre ci guardiamo in silenzio: ok, è successo davvero o siamo ubriachi?

Andiamo a dormire convinti che il peggio sia passato.

La mattina dopo tutto bene.
Quella ancora dopo, no.