Il ragazzo con lo zaino scende e resta fuori a lungo. Quando rientra non dice più una parola. La ragazza davanti litiga al telefono col compagno. Io controllo Google Maps come se potessi piegare lo spazio-tempo con la rabbia.

A Aix-en-Provence arriva l’annuncio finale:
secondo lui entrare a Marsiglia la sera è “stressante”, quindi propone di arrivare la mattina dopo. Lo dice come se fosse ovvio. Nessuno risponde subito. Siamo stanchi, confusi, troppo avanti per tornare indietro.

Dormiamo in macchina. Sedili abbassati male. Umidità. Odore di cibo freddo. Nessuna doccia. Nessuna vera notte. Solo micro-sonni interrotti.

Alle sei ripartiamo.

Arriviamo a Marsiglia dopo quindici ore totali di viaggio. Scendo. Recupero la valigia. L’auto puzza di sudore e stanchezza. Lui sorride e dice:
“Alla fine è andata liscia, no?”

Sì.
Sono arrivata.
Ma ho imparato che il car sharing non è un viaggio condiviso.
È una convivenza forzata con uno sconosciuto che decide per tutti.

E io, da quel giorno, preferisco pagare di più.
Almeno so chi mi rovina il viaggio.