Prima sosta dopo un’ora e mezza. Area di servizio minuscola. Lui prende un caffè lungo e resta appoggiato al bancone a parlare con il barista. Noi aspettiamo in macchina. Fa già caldo. L’aria condizionata è spenta perché “meglio non abusarne”.
Ripartiamo. La musica è una playlist sua, elettronica minimale, bassi continui, volume medio-alto. Nessuna possibilità di chiedere di cambiare. Ogni tanto abbassa per commentare il traffico come se stesse registrando un podcast.
Arrivati a Savona, invece di imboccare l’A10 verso Ventimiglia, dice che preferisce evitarla perché “troppo trafficata e costosa”. Propone una deviazione sull’Aurelia “tanto per vedere il mare dall’alto”.Il ragazzo con lo zaino inizia a respirare male. La ragazza davanti chiede se manca molto. Lui risponde: “Dipende da cosa intendiamo per molto.”
Arriviamo al confine con la Francia nel primo pomeriggio. Qui il colpo basso: lui ammette di non essere sicuro che l’assicurazione copra il car sharing all’estero. Telefona. Attende. Telefona di nuovo. Noi seduti, finestrini abbassati, sole che picchia. L’aria condizionata resta spenta. Dice che consumerebbe troppo.
Passiamo il confine con due ore di ritardo. Nessuno parla più. Ognuno è chiuso nella propria rassegnazione. La musica riparte. Sempre quella.
In Francia guida ancora più lentamente. Limiti rispettati al millimetro. Frenate preventive. Ogni mezz’ora propone una pausa “per sicurezza”. In una di queste decide di mangiare. Si siede. Ordina. Mangia con calma. Noi lo guardiamo finire. Nessuno ha fame. Abbiamo solo voglia di arrivare.