Sono partita da Milano con quell’illusione molto occidentale secondo cui, se paghi abbastanza e c’è qualcuno con un badge al collo, nulla può andare davvero storto. Avevo scelto apposta un tour organizzato: niente decisioni, niente stress, niente “oddio ma siamo sicuri che sia la strada giusta?”. Tutto pianificato. Tutto stampato. Tutto rassicurante. Destinazione finale Cusco, con una deviazione “esperienziale” nelle Ande che sulla brochure sembrava una carezza per l’anima.

Già all’aeroporto capisco che l’esperienza sarà più intensa del previsto. Il gruppo è un campionario umano da studio sociologico: io, che viaggio per non pensare; una coppia sulla quarantina che comunica solo tramite accuse passive-aggressive; tre pensionati tedeschi con pantaloni tecnici e lo sguardo di chi ha già visto morire un impero; una ragazza francese che non parla, osserva; e lei, la guida. Sorriso enorme, voce calma, quella sicurezza da “tranquilli, ci penso io”. Dice una frase che all’epoca mi era sembrata confortante e che poi ho rivalutato come una minaccia: «Io sono sempre con voi».

Il primo giorno scorre come da copione. Pullman, spiegazioni storiche, soste fotografiche millimetriche. Io mi rilasso. Penso: vedi? Hai fatto bene. La notte dormiamo in una struttura che definiscono “lodge tradizionale”: fredda, scricchiolante, con coperte che sembrano reliquie. Ma siamo ancora turisti entusiasti. Ridiamo. Beviamo tisane di cui ignoriamo la funzione. Ci sentiamo vivi.

La mattina dopo partiamo presto per quella che viene definita “escursione facile, adatta a tutti”. Salita graduale, panorama mozzafiato, connessione con la natura. Dopo un paio d’ore di strada sterrata il pullman rallenta, si ferma, e la guida scende dicendo che deve “chiarire una cosa”. Nessuno si allarma. All’inizio. La vediamo parlare con qualcuno, gesticolare, annuire. Poi si allontana. Sparisce dietro una curva. Non torna.