Passano dieci minuti. Venti. Trenta. All’inizio siamo pazienti, poi iniziamo a guardarci con quell’espressione che precede il panico ma non vuole ancora ammetterlo. Nessuno parla la lingua. I telefoni non prendono. Il pullman è spento. Fuori, il nulla. Montagne enormi, aria sottile, un vento che sembra volerci spingere verso una scelta sbagliata successiva.
La coppia in crisi inizia a litigare sul serio, tirando fuori rancori accumulati da anni, come se il luogo li autorizzasse. I pensionati tedeschi consultano una mappa che potrebbe tranquillamente essere del secolo scorso e discutono se siamo più vicini a “qualcosa” o a “niente”. La ragazza francese piange in silenzio, seduta su un sasso, come una statua concettuale sulla disperazione. Io passo da una fase all’altra: ironia, rabbia, trattativa con l’universo, accettazione della morte.
A un certo punto decidiamo di scendere dal pullman. È ufficiale: siamo un gruppo di turisti persi in mezzo al nulla, senza guida, senza lingua, senza piano. Ci sentiamo ridicoli. Vulnerabili. Tragicamente organizzati. Proviamo a fare gruppo. Condividiamo snack, acqua, teorie. Qualcuno ipotizza che la guida sia stata fermata. Qualcun altro che ci abbia abbandonati. Io inizio a immaginare il titolo dell’articolo: “Turisti europei mai più ritrovati”.
Dopo un tempo indefinibile compare un furgone. Dentro c’è un uomo che parla solo quechua e ci guarda come si guarda un branco di animali domestici sfuggiti di mano. Ci fa cenno di salire. Nessuno chiede dove andiamo. In quel momento, andare ovunque è meglio che restare lì.
Viaggiamo stipati, in silenzio, oscillando tra la paura e una strana euforia collettiva. Arriviamo in un villaggio che non era previsto, non era segnato, non era nulla di ciò che doveva essere. Ci sistemano in una struttura comunitaria. Mangiamo una zuppa di cui nessuno osa chiedere gli ingredienti. Ridiamo tutti insieme, perché qualcosa dentro si è rotto e quando succede o piangi o ridi. Nasce una solidarietà forzata, intensa, quasi intima. Condividiamo coperte, biscotti, caricabatterie solari, traumi freschi.
La notte dormiamo poco. L’ansia è una coinquilina rumorosa. Il giorno dopo, come in una farsa, riappare la guida. Sorridente. Rilassata. Dice solo che c’è stato un “piccolo imprevisto”. Nessuno urla. Nessuno protesta. Siamo troppo stanchi per indignarci. Vogliamo solo arrivare da qualche parte che assomigli a una fine.
Quando finalmente arrivo a Cusco, sono esausta, sporca, emotivamente provata e inspiegabilmente legata a persone di cui non so il cognome ma conosco le crisi esistenziali. Ho perso una tappa, un giorno di itinerario e una buona fetta di fiducia nei tour organizzati.
Ma ho guadagnato una certezza incrollabile: se una guida ti dice “sono sempre con voi”, chiedile dove. E soprattutto fino a quando.
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