L’anno scorso abbiamo scelto un’idea di vacanza semplice con una coppia di amici storica: mare e buon cibo in Puglia.
Partiti da Bologna all’alba, illudendoci di quel «alle sette siamo già in autostrada» alle sette stavamo ancora chiudendo il bagagliaio con il ginocchio.
Due coppie, due auto, una di quelle partenze che nascono con l’illusione dell’organizzazione: playlist condivisa, panini preparati la sera prima, messaggio nel gruppo WhatsApp intitolato “Puglia relax”.
Io sono incinta di sei mesi, quindi ufficialmente la persona fragile del gruppo, quella per cui tutti ripetono “dimmi se devi fermarti” salvo poi dimenticarsene dopo Modena Sud. Nell’altra macchina c’è l’altra coppia: Marta e Giulio con Tommaso di cinque anni, che affronta il viaggio come una missione militare: domande continue, snack ogni venti minuti, un’energia che ti fa venire voglia di dormire solo a guardarlo.
La meta è la Valle d’Itria, zona tra Locorotondo e Martina Franca. Trulli, ulivi, silenzio. Almeno così prometteva l’annuncio: “oasi di pace”, “perfetta per famiglie”, “a pochi minuti da tutto ma lontana dal caos”. Le solite frasi che in Italia significano: ci arrivi solo se sai dove stai andando.
Il viaggio, incredibilmente, fila liscio. Autostrada, sole, una sosta autogrill che dura quanto una pausa pranzo aziendale perché Tommaso ha fame ma non sa cosa vuole. Arriviamo nel primo pomeriggio, stanchi ma ancora ottimisti. Quel tipo di stanchezza buona, da vacanza iniziata.
Inseriamo la posizione.
Stradina bianca.
Muretti a secco.
Ulivi ovunque.
Molto poetico. Peccato che la casa non esista.
C’è un cancello chiuso, arrugginito, senza numero civico. Dietro, solo campagna. Niente citofono, niente cartello, niente anima viva. Scendiamo dalle auto con la lentezza di chi pensa “vabbè, adesso arriva”. Scriviamo al proprietario: “Siamo arrivati”.
Visualizza.
Non risponde.
Passano dieci minuti. Poi venti. Poi quaranta. Tommaso smette di essere entusiasta e inizia a sedersi per terra. Io mi siedo in macchina perché stare in piedi con quella pancia, sotto il sole, mi sembra una pessima idea. Chiamiamo. Squilla a vuoto. Richiamiamo. Silenzio.
Un’ora dopo iniziano i primi segnali di cedimento psicologico:
– “Forse abbiamo sbagliato strada”
– “Ma no, guarda che è qui”
– “Secondo me dovevamo girare prima”
Io fisso gli ulivi e penso che non c’è niente di più italiano di essere bloccati in un posto bellissimo senza poterci entrare.
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