Il nostro appartamento distava più dal centro di Barcellona che Milano da Pavia.
Scendiamo quasi al capolinea. Risaliti in superficie, ci accoglie un quartiere che “zona tranquilla” non lo era per niente: saracinesche mezze abbassate, odore sospetto, gente che ci osserva come se fossimo arrivati a vendere enciclopedie nel 2025.
Il nostro host ci aveva scritto:
“Il quartiere è molto vivace!”
E noi non avevamo capito che “vivace” era un eufemismo per covo di spacciatori che non dormono mai.
La prima uscita: l’imboscata
Usciamo dall’appartamento carichi, convinti di essere giovani, belli e invincibili.
Non facciamo in tempo a chiudere la porta che, dall’ombra di un portone, compare un tizio con passo felpato e sorriso inquietante.
«Amigo… what you need?»
«Niente, gracias.»
«Seguro?»
E ci segue.
Dopo tre metri ne saltano fuori altri due. Sembrava di partecipare a una caccia al tesoro, ma la caccia eravamo noi.
Ogni volta che voltavamo l’angolo, qualcuno compariva sussurrando offerte come se fossimo entrati in un supermercato delle droghe:
“María, coca, MD, pastillas, amigo, amigo, amigo…”
Uno addirittura aveva la tecnica del venditore porta a porta: ci seguiva fino all’entrata della metro e bussava metaforicamente alla nostra dignità dicendo:
«You want something good for the night? Very good. Very strong.»
La notte: sopravvivere alle ronde
Tornare a casa dopo cena era un film.
Un horror, nello specifico.
Le vie erano semivuote, ma ogni angolo emanava quell’aria da “qui succede qualcosa dopo che te ne vai”. I rumori metallici, la gente che parlava fitto, motorini senza targa, risate sguaiate e quel senso di “non guardare nessuno negli occhi e cammina dritto”.